Le campane stanno suonando, i carrobbi (le romantiche vie del paese ) sono un tripudio di fiori, sulle panchine davanti alla chiesa c’è chi fa l’uncinetto e chi la maglia. Il turista si ferma, vuole scattare una foto perciò chiede loro il permesso. Sorridono, ormai sono abituate a quella scena. “Fammi bella e toglimi le rughe”, rispondono.

“Di dove siete?” La risposta è sempre diversa: Australia, America, Francia. Qualche straniero azzarda qualche parola in italiano e loro, orgogliose, chiedono: “vi piace Pitelli? Eh si, il nostro paese è proprio bello, vero?”. Succede spesso che la Greta, la tabaccaia storica del paese, telefoni direttamente all’host: “il navigatore li ha portati qui da me, gli ho spiegato dove devono venire!

Pitelli è un piccolo borgo, è facile qui perderti tra i colori liguri delle facciate osservando i panni stesi alle finestre, lasciarti inebriare dai profumi del cibo di casa che escono dalle finestre delle cucine. Ti puoi far catturare dalla melodia delle voci delle signore che stendono fuori “il letto” cantando delicate.

Il tuo sguardo può essere rapito dai i bambini che giocano a pallone nella piazza, o dagli uomini che giocano a carte al bar, seduti in quattro al tavolo con sigarette e bicchierino. Chi non è abituato viene rapito proprio dai particolari, come Gioa’ in terracotta sul tetto, o come quella Madonna dell’Universo in ceramica lì nel vicolo, che stretto stretto ti fa vedere il mare all’improvviso.

Intorno al paese crescono i sentieri, le scalinate, un bosco profumato di castagni e di pini, volano le rondini che fanno il nido tra le volte, e verso sera puoi vedere gli uomini che tornano dalla campagna con le verdure dell’orto.

Qui a Pitelli non ci si dice “ciao” ma “come va?” Il “ciao” è per noi un saluto di chiusura, che allontana, mentre il “come va” invita sempre a una conversazione. Sì perché ai pitellesi piace conversare, è un borgo di consumati chiacchieroni. Quando si è alla bottega, capita di far avanzare il turista, e non lo si fa per sola educazione o per ospitalità, ma perché anche la spesa qui è un rito e un’occasione di scambio.

“Non so cosa fare da mangiare oggi, passi pure avanti che intanto ci penso”. “In piazza è arrivato il furgone dei pesci, ho preso i muscoli, beh, dammi un po’ di mortadella e di parmigiano che se ho voglia li faccio ripieni”.

I muscoli ripieni, le cozze, come le chiamano al sud, sono un simbolo di questo paese. Si usa riempirli con una farcitura di mortadella, uova, parmigiano, timo e maggiorana (o erba persica, come la chiamiamo noi liguri). I muscoli tritati vengono cotti poi in un sugo di muscoli, sono buonissimi e hanno un profumo che sazia, così come per la torta di riso.

Li preparano in tutti i paesi del golfo dei Poeti, ma seppure un borgo curioso e accogliente, quando si parla di cucina diventiamo subito orgogliosi e competitivi: “Come si mangia a Pitelli, beh, non si mangia da nessuna parte!” “Le donne cucinano benissimo, alle feste di paese e soprattutto a Pitei ‘n cantina tutti ci fanno ragione, ma anche il ristorante e la pizzeria sono una certezza”.

Pitelli, Dio lo fece e strappò i modelli per non farne di più belli. Questo dice il proverbio ed è proprio così. Pitelli è casa, è nido sicuro, è il maglione comodo che ti scalda sempre. Le campane stanno suonando, è già sera e io mi sono perso per i vicoli di questo paese da cui nessuno vuole più andare via.

Testi di Federico Barli per #viaggioalcentrodelborgo

Foto dell’Associazione Pro Loco di PItelli