Caporalato di Puglia: ci siamo dimenticati di essere figli di emigrati

14 luglio 2016

“Rumeni ammassati nei bugigattoli come pelati in barattoli,

costretti a subire ricatti da uomini grandi ma come coriandoli …”

(Caparezza, Vieni a Ballare in Puglia)

Ne parla Caparezza, come fosse norma generica dei territori pugliesi.

Polemizza cantando, su di una questione talmente delicata che ha, a volte, il sapore dell’ignoranza.

Stiamo parlando della piaga del caporalato, fistola del settore agroalimentare che avvampa gli agricoltori della nostra regione.

Mio nonno me lo accennava da bambina, io ostentavo una innocente inconsapevolezza.

“Vedi questi fiori della mia campagna? Sono belli e producono frutti. Per poter giungere a questo, però, c’è un lavoro enorme, una paga pessima e, bimba mia, una schiena distrutta”.

Gli accarezzavo la parte superiore delle scapole chiedendomi come potesse, un uomo così forte, avere un lavoro tanto debilitante.

Con l’addentrarsi del periodo della raccolta ortofrutticola, migliaia di migranti stagionali sbarcano in Puglia, regione che vanta alcuni primati nazionali in questo settore agroalimentare (come per esempio la produzione di circa il 50% del pomodoro). La presenza del caporalato capillare, che si interpone fra lavoratori e industrie provoca la creazione di ghetti e, laddove vivono migliaia di stagionali, la convivenza è problematica. Per questo numerose associazioni si battono per i diritti dei lavoratori: il principio base di “uguale salario per uguale lavoro” diviene il baluardo di azioni antirazziste. Si lotta per evitare la differenziazione etnica dei salari e per non rischiare di innescare vere e proprie guerre fra poveri, contrapponendo lavoratori italiani e migranti.

Come debellare questo increscioso fenomeno?

Visitando il sito http://www.italiachecambia.org/ possiamo trovare spunti propositivi su tale argomento.

Nel 2014 a Nardo, in Salento, nascono “Diritti del Sud”: un gruppo di ragazzi leccesi, impegnati nel sociale, hanno ristrutturato un edificio abbandonato utilizzando materiali riciclati per accogliere i braccianti che vogliano riposarsi dopo il lavoro. Dopodiché, “Diritti del sud” allarga i propri ponti collaborando con la rete “Sfruttazero”, progetto con la finalità di auto- produrre salsa di pomodoro di tipo cooperativo e mutualistico, promosso da giovani precari locali e dai migranti stessi. Sfrutta Zero è costituita da altre tre realtà, oltre a “Diritti al Sud” ne fanno parte “Netzanet-Solidaria”  (di Bari), “Osservatorio Migranti Basilicata”, di Palazzo San Gervasio, e “Fuori dal Ghetto” (Venosa).

Raffaella Ippolito, studentessa di giornalismo

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