Ambiente, la fotografia di un’Italia fragile e insicura

28 novembre 2017

Un’Italia ancora troppo fragile e insicura: è questa la fotografia scattata da Legambiente nel dossier Ecosistema Rischio 2017 che monitora le attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico. L’indagine, basata sulle riposte fornite da 1.462 comuni sui 7.145 coinvolti e classificati ad elevata pericolosità idrogeologica, denuncia la necessità di un’inversione di tendenza nella politica di gestione del territorio.

Secondo le stime fornite, sono oltre sette milioni e mezzo gli italiani che vivono o lavorano in aree potenzialmente pericolose, nel 70% dei comuni intervistati, si trovano abitazioni in aree a rischio. Un dato che non è solo figlio del passato. Nell’ultimo decennio infatti, il 9,3% dei comuni ha costruito in aree esposte a pericolo di frane e alluvioni: 110 amministrazioni hanno dichiarato di aver edificato case, quartieri o strutture sensibili e industriali in aree tecnicamente vincolate nell’ultimo decennio.

Dal dossier, emergono dati preoccupanti anche sul fronte della cementificazione dei letti dei fiumi. Il 70% dei comuni intervistati (1.025 amministrazioni), svolge regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica ma il 9% delle amministrazioni ha dichiarato di aver tombato tratti di corsi d’acqua sul proprio territorio, con una conseguente urbanizzazione delle aree sovrastanti. Solo il 4%, ha eseguito la delocalizzazione di abitazioni costruite in aree a rischio e il 2% la delocalizzazione di fabbricati industriali. Inoltre, i dati forniti dai Comuni, indicano come l’81,5% delle amministrazioni intervistate (1.192 su 1.462) si sia dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione; una buona percentuale che però porta alla luce come siano ancora molti i comuni a non adempiere a questo importante compito.

La chiave dell’adattamento al clima è la via da perseguire per ridurre gli effetti devastanti sul nostro territorio, perché la sicurezza non si garantisce con nuovi argini e intubamenti di fiumi, ma restituendo spazi al naturale deflusso delle acque oppure con una seria politica di delocalizzazione degli edifici – si legge nel dossier –  O, ancora, rendendo efficienti o ripristinando i vincoli esistenti per evitare il consumo di suolo e l’urbanizzazione delle aree a rischio. Chiave ancora non recepita dal nostro Paese”.

Insomma c’è ancora molto da fare anche a livello culturale e politico per migliorare un’Italia incurante dell’eccessivo consumo di suolo e del problema del dissesto idrogeologico mentre i cambiamenti climatici amplificano gli effetti di frane e alluvioni. I dati riportati nell’indagine Ecosistema Rischio di Legambiente evidenziano infatti:

Una forte discrepanza che ancora sussiste tra le evidenze, la conoscenza, i danni, le tragiche conseguenze del rischio idrogeologico nel nostro Paese e la mancanza di un’azione diffusa, concreta ed efficace di prevenzione sul territorio nazionale. Azione che deve prevedere un adeguato stanziamento di risorse economiche, un controllo e un coordinamento sui progetti e sugli interventi perché siano realmente efficaci sul territorio.

In quest’ottica, giocano un ruolo importante tutti gli attori del territorio. Come riportato nel dossier, infatti “E’ necessario che la manutenzione e la cura del territorio, vengano trasformate in presidio territoriale, svolto dalle Comunità locali, responsabili da una parte della tutela delle aree naturali più pregiate del Paese e al tempo stesso garanti di un’azione utile per una politica di prevenzione del rischio idrogeologico del territorio antropizzato. È indispensabile infatti favorire interventi di manutenzione per garantire la funzionalità degli ecosistemi tutti, attraverso azioni periodiche e diffuse, perché, a seguito dei cambiamenti climatici in atto, la manutenzione assumerà sempre più il ruolo d’intervento strutturale“.

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