Sante Marie, le tradizioni che ritornano

23 giugno 2016

Sante Marie si trova nel cuore d’Italia, tra montagne e colline, tra l’Abruzzo e il Lazio, in un ampio territorio che racchiude sei piccole frazioni: San Giovanni, Scanzano, Tubione, Santo Stefano, Val dei Varri e Castelvecchio.

Il borgo deve il suo nome a un’antica denominazione del centro storico dedicato alla Madonna, e già da questo particolare emerge una cultura cattolica visibile ancora nelle funzioni religiose che si svolgono nel corso di tutto l’anno.

La religione cattolica è fortemente intrecciata alla cultura contadina, che segna i cicli annuali dell’agricoltura. La ricorrenza legata al cattolicesimo che più di tutte mostra il suo legame con l’agricoltura è la festa di Sant’Antonio Abate che si svolge il 17 gennaio e prevede la benedizione degli animali e delle coltivazioni, come segno di speranza in un’annata buona per tutti i compaesani.

La tradizione della festa prevede inoltre che un gruppo di persone sfili per il borgo rappresentando la lotta di Sant’Antonio Abate col demonio e la giornata si conclude con la benedizione delle case, tra musica, canti e balli.

Tra i racconti tramandati dagli anziani del borgo, quello che mi ha affascinato di più è quello che tempo fa mi ha raccontato un novantenne e che vede come protagonista la canapa o, come mi disse lui, “jo cannaviccio”.

Fino a circa cinquant’anni fa, a Sante Marie si coltivava la canapa, nei prati vicini ai torrenti o ai fiumiciattoli, ed era utilizzata, dopo una faticosa lavorazione, soprattutto per filare tessuti che venivano ricamati dalle donne del paese e rappresentavano la loro dote per il matrimonio.

Il simpatico signore mi disse che occorreva percorrere molti chilometri a piedi per raggiungere le coltivazioni: lui era solo un ragazzo e qualche volta il padre gli permetteva di mangiare i semi di canapa, che durante il lavoro gli davano almeno un po’ di energia.

Oggi si sente spesso parlare di prodotti salutari e tra questi spicca la canapa: ascoltando questo racconto, perciò, ne sono rimasta affascinata per come i nostri nonni conoscevano gli effetti di tutte le piante che crescevano sul loro territorio e, pur non avendo i mezzi che abbiamo oggi, si tramandavano una cultura legata alla medicina popolare che oggi sempre più si sta riscoprendo. È il passato che ritorna, l’antico sapere che non si perde e che grazie al racconto riemerge oggi, sempre più forte.

Isabella Tomei

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