Quei piccoli comuni accoglienti e solidali contro l’esclusione: la storia di Tarek Jemmali

11 febbraio 2016

Quando mi è stato chiesto di elaborare un articolo sul tema dell’integrazione la prima cosa a cui ho pensato è il documento denominato “Carta dei Valori e dell’integrazione” che nasce nel 2006 nel quadro delle iniziative volte alla coesione sociale, intraprese dall’allora Ministro dell’interno Giuliano Amato.

Questo importante documento ancorato strettamente alla nostra bellissima Costituzione della Repubblica ha il nobile obiettivo di raggruppare valori e principi di tutte quelle persone che desiderano risiedere stabilmente in Italia, di qualsiasi gruppo o comunità di natura culturale, religiosa e/o etnica.

E’ un documento che dovrebbe parlare alle persone, e anche vincere le nostre paure, una lezione per le nuove generazioni che saranno rappresentanti, si spera, anche della diffusione della conoscenza sul tema dell’immigrazione e sul tema della libertà religiosa.

Il documento insieme alle Carte europee ed internazionali sui diritti umani, rappresenta sicuramente la base attraverso la quale promuovere i temi della tolleranza, dell’accoglienza, della solidarietà, non più meri sostantivi ma parole che hanno come unico significato quello di non farci rimanere impassibili e impotenti di fronte la barbarie del mondo. Ma la realtà ci riporta con i piedi per terra perché tale documento rischia di rimanere orfano se non accompagnato da politiche programmatiche e interventi mirati sia da parte dell’attuale Governo sia da parte di tutte le rappresentanze istituzionali e associative regionali e locali.

La presenza straniera nel nostro Paese, sfiora i 4 milioni di persone e circa metà proviene dai Paesi appartenenti alla stessa Unione Europea.

Il fenomeno che ad oggi rappresenta uno dei cambiamenti sociali più importanti di questo ultimo secolo, costituisce una realtà complessa con importanti risvolti sul sistema socio-economico, storico-politico e giuridico del nostro Bel Paese. Tutti siamo chiamati ad affrontare la trasformazione della nostra società in multietnica, alcuni la salvaguarderanno, accogliendo senza discriminazione, per altri il processo risulterà lungo, complesso e non privo di “dis-integrazione”.

In questo contesto però, esiste un’Italia fatta di piccoli comuni, spesso messi al confine, dimenticati in cui è in atto un inesorabile spopolamento e ai quali il Governo taglia i fondi senza restituire loro la giusta dignità.

Piccoli borghi e comunità che nonostante la precaria sopravvivenza delle proprie amministrazioni locali, reagiscono in maniera forte e decisa.

Questa Italia cerca di facilitare l’integrazione degli stranieri e lo fa attraverso processi di partecipazione umani e solidali, con estrema naturalezza e con il cuore colmo di speranza. Sono persone, sono amministratori, sono associazioni, sono cittadini che incarnano tolleranza, capaci di trasformare lo stato delle cose presente, di dare voce a chi non ce l’ha e che non restano in attesa pervasi da quel malsano cinismo che ci rende quasi ciechi e privi di stimoli.

E’ questo il caso di un piccolo comune del subappenino dauno Biccari in provincia di Foggia, dove un giovane Sindaco Gianfilippo Mignogna e la sua Amministrazione ha scelto di supportare e sostenere i migranti residenti nel suo territorio comunale favorendo appieno la loro partecipazione alla vita pubblica e stimolando la conoscenza e il dialogo tra i portatori di diverse culture e la popolazione locale e lo ha fatto inserendo all’interno del Consiglio Comunale la figura del Consigliere aggiunto all’immigrazione.

Ruolo svolto dal tunisino Tarek Jemmali, al quale ho sottoposto alcune domande. La risposta pervenuta tramite email è scritta in un italiano impeccabile e ho scelto di non modificarne alcuna parte perché questa è la sua storia, la storia di un ragazzo che ha trovato la fine della sua inquietudine in una piccola comunità dove si è sentito subito a casa…

Mi chiamo Tarek Jemmali e sono originario della Tunisia, vivo a Biccari dove di recente sono diventato consigliere aggiunto all’immigrazione. Sono in Italia ormai da dieci anni: quando ho deciso di trasferirmi ero abbastanza giovane e in una fase in cui cercavo di capire cosa volevo per il mio futuro. In Tunisia mi sono diplomato in una scuola professionale, poi per qualche anno ho fatto un sacco di lavori diversi, dall’operaio al venditore ambulante. Non mi mancava nulla, amavo il mio Paese, ma ero sempre un po’ inquieto… Così un po’ per curiosità e un po’ seguendo un impulso ho scelto di provare ad allontanarmi dal posto in cui ero  cresciuto per scoprire un paese nuovo, una cultura nuova, provare a vedere questa famosa Europa di cui avevo tanto sentito parlare…  a Biccari fra tutti i posti possibili ci sono arrivato per un motivo abbastanza banale: un mio zio viveva già lì da parecchi anni, e ha potuto darmi una mano con i documenti e la sistemazione; come tanti altri ho preferito trasferirmi in un posto dove c’era già qualcuno ad aspettarmi!

tarek

Inizialmente è stata la famiglia di mio zio a farmi sentire a casa, e  l’impatto con il nuovo ambiente è stato migliore di quanto potessi aspettarmi … non ci ho messo molto a tirar fuori il mio miglior sorriso, imparare il dialetto e cominciare a collezionare amici: di mio ci ho messo tutta l’onestà e la serietà possibile, in cambio ho ricevuto affetto e rispetto sinceri. Amici, datori di lavoro, compagni di calcetto,vicini di casa … raramente qualcuno mi ha fatto pesare il fatto di non appartenere a quel luogo. Di certo la vita è fatta di alti e bassi per tutti , ma tutto quanto ho vissuto a Biccari, nel bene e nel male, è stato vissuto dalla persona Tarek e non dallo “straniero” Tarek.

Per spiegare quanto mi sono integrato a Biccari e come sono stato accolto mi basta dire che ho sposato proprio una ragazza del posto… ho visitato l’Italia da Sud a Nord, ma è qui che mi sono sentito davvero a casa. Forse è la vita semplice della piccola comunità, la bellezza del borgo, le orecchiette al pomodoro, la familiarità tra gli abitanti, ma è qui che l’inquietudine che mi ha spinto a partire dieci anni fa ha trovato fine.

Ed ecco perché quando il sindaco ha avuto l’idea del consigliere aggiunto all’immigrazione non ho esitato, per due motivi. Oltre a stimare ed avere fiducia nell’Amministrazione di cui sono entrato a far parte e a credere nei suoi obiettivi, ho intravisto la possibilità di avere una parte attiva nella realizzazione di tali obiettivi, primo fra i quali migliorare la vita della nostra comunità. E questo miglioramento secondo me deve avvenire anche con un impegno maggiore a favore dei temi dell’integrazione, dove le piccole realtà come Biccari hanno molto da insegnare. E’ proprio questo quello che chiederei allo Stato Italiano: imparare dai piccoli paesi come il nostro a gestire i cambiamenti, sostenendo tanto i cittadini disorientati dalle trasformazioni quanto i nuovi cittadini in cerca della loro strada, e facendo sì che opportunità come quella che ho avuto io di integrarmi siano possibili per tutti.

Alessia Carozza

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