Profughi climatici

28 luglio 2016

Migranti climatici. Nell’intensa e disordinata nonché confusa discussione in corso sul tema dei migranti (questione quanto mai complessa e, per i suoi nuovi termini, in parte inedita) è subentrata questa nuova categoria.

Per evitare rischi di cadere in una lettura ideologica, suggerirei di adottare alcuni punti di vista che preliminarmente possono essere in grado di favorire una comprensione più obiettiva del fenomeno, comunque innegabile. Avanzo in tal senso distinte ottiche secondo le quali traguardare il problema:

  • dal punto di vista linguistico: è assodato che, cronologicamente parlando, la formulazione dell’espressione ‘migranti climatici’si deve agli studi promossi da Svizzera e Norvegia (due Paesi non particolarmente generosi verso le migrazioni);
  • dal punto di vista biologico: è dimostrabile come la specie umana appartenga al genere animale e più precisamente al gruppo zoologico delle specie migratorie, sensibili al fattore climatico;
  • dal punto di vista storico: senza la libertà di movimento degli umani, sempre possibile in termini fisici (anche a seguito dei sommovimenti della crosta terrestre causati da ‘deriva dei continenti’, spostamento dell’asse terrestre, successione delle ‘ere geologiche’) nonostante tutte le note limitazioni ‘tecniche’ e logistiche di ogni tempo, la civiltà umana non avrebbe potuto resistere ai cambiamenti o sarebbe stata ridotta ai minimi termini;
  • dal punto di vista antropologico: l’evoluzione delle differenti culture umane, la formazione delle diverse organizzazioni sociali e delle stesse civiltà non sarebbero state possibili senza gli enormi trasferimenti umani intervenuti vie via;
  • dal punto di vista geografico: è noto che dopo la ‘caduta del muro’ nel fatidico 1989 si parlò di “fine della storia”, ma talvolta pochi ricordano che, pochi anni più tardi, con l’affermarsi della ‘globalizzazione’ venne intesa come reale anche la “fine della geografia”, immaginando la scomparsa di elementi rilevanti dal punto di vista geodetico. Oggi invece si deve prendere atto di come, a seguito del collasso ecologico ben analizzato nelle Conferenze Internazionali, numerosi processi determinino mutamenti nell’atmosfera con effetti impensabili di tipo inter-continentale (complessità e interdipendenza);
  • dal punto di vista territoriale: sulle articolazioni e morfologie oggi visibili hanno influito anche fenomeni di questo tipo.

Se così è stato fin dalle più lontane origini, non è immaginabile nemmeno oggi un ‘blocco’ degli spostamenti umani sul Pianeta Terra: occorre pertanto non ‘rassegnarsi’, bensì ‘ingegnarsi’ al fine di poter guidare e orientare sapientemente, in un’ottica di ‘governance mondiale’ anche questi processi, così da evitare tensioni e conflitti, altrimenti inevitabili. Urge l’affermarsi di una nuova civiltà dell’empatia [‘etica planetaria’ e ‘coscienza biosferica’]- senza la quale sarà difficile prospettare un futuro.

Luciano Mazzoni Benoni – Giornalista, Presidente Comitato Etico BAI

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