Migranti: nuovi cittadini

11 febbraio 2016
Forum-di-Baronecchia-migrazioni

Sulla odierna scena sociale si presentano, quasi di giorno in giorno, problemi inediti che propongono seri interrogativi ma che ormai sembra provochino un continuo effetto di ‘spiazzamento psichico’, tanto ai singoli cittadini quanto ai pubblici amministratori. Forse perché ci troviamo ad essere vittime inconsapevoli di quelle ‘trappole psicologiche’ provocate dai continui flussi informativi ed a volte -diciamolo- anche da un certo modo disinvolto di ‘fare notizia’.

E’ stato il caso delle recenti discussioni suscitate dai noti eventi della notte di Capodanno, accaduti in Germania e presto rimbalzati in tutta Europa. Dopo l’ovvio scalpore e la giusta indignazione, occorre andare oltre l’immediata reazione a caldo e scavare più in profondità: anche per trarne qualche opportuna lezione.

Il tema va anzitutto inquadrato entro quell’ampio processo di migrazione di massa che sta mettendo in subbuglio il clima socio-politico, già precario, dell’Unione Europea.

Lo sbigottimento di troppi commentatori, come le lacrime di coccodrillo o per contro le speculazioni di troppi politici non hanno -a ben vedere- alcun serio fondamento: dato che ogni seria macro analisi annunciava da tempo previsioni ravvicinate di processi di ampie proporzioni e di lungo periodo che sarebbero intervenute fra le due sponde del Mediterraneo; l’avvitamento delle crisi nel continente Africano, la primavera araba e l’esplosione dei conflitti in Medio Oriente hanno soltanto accelerato un moto che era già in lenta preparazione e che oggi si presenta come irrefrenabile ed incontrollabile.

Tralasciando, in questa sede, la disamina delle dinamiche di questi trend e delle loro cause molteplici, si tratta anzitutto di prenderne atto, assumendole in tutta la loro serietà ed evitando di considerarli fenomeni transitori o momentanei.

Nessuna singola realtà, tanto meno se circoscritta al solo piano locale, può essere in grado di pensare di dare soluzione adeguata al groviglio di problemi sottostanti. Evidentemente occorrono vere politiche inter-continentali e di grande spessore; ma ogni territorio può concorrere con un proprio apporto positivo. Onestamente andrebbe ammesso che a nulla serve rinchiudersi nel proprio cortile, chiudendo gli occhi o sbarrando le porte e tanto meno elevando dei muri.

Dunque, se non vanno coltivate illusioni di corto respiro, vanno anche combattute le tendenze alla rassegnazione ed alla paura: distorcenti e paralizzanti. Possono invece essere tentate esperienze originali e avviate strade nuove: la metodologia per progetti di BAI può già indicare in tal senso qualche buon orientamento.

Provo a indicarne qualcuno, cercando anche di individuare una possibile sequenza logica. Anzitutto, il senso di comunità: se non si coltiva in permanenza e se non se ne rendono partecipi i cittadini tutti, è vano ogni serio discorso in materia di ‘integrazione’. Le comunità vanno difese e protette, certo; ma vanno soprattutto alimentate con una continua cura delle reti di relazioni che ne garantiscono la coesione, valorizzando le aggregazioni intermedie che attivano e generano energie altrimenti sopite o latenti.

comunità aperta

Questa è anche la strada maestra per dare concretezza alla centralità della persona: soggetto primo della dinamica sociale e destinatario ultimo di ogni intervento pubblico. Il senso di appartenenza non può che andare di pari passo con il riconoscimento effettivo del valore della persona, che deve sentirsi riconosciuta e ascoltata. In questo ambito il tema della donna, della sua effettiva parità e delle attenzioni specifiche che questa richiede, si presta per una verifica aggiornata: in grado di misurare quanto occorra ancora mettere in atto.

Ed eccoci alla questione delle politiche di integrazione. Al di là di una generica buona volontà, occorre dare risposta alle questioni concrete che pone l’arrivo di questi migranti (ovviamente non affrontando in questa sede gli aspetti inerenti la sicurezza che attengono alle competenze delle forze dell’ordine; anche se, a ben vedere, queste politiche forniscono la miglior prevenzione a qualsiasi comportamento anomalo). Da parte dei Comuni potrebbe voler dire: a) segmentare la tipologia di coloro che si insediano; b) monitorare con intensa frequenza le loro condizioni; c) distinguere gli interventi per gli adulti, per i bambini, per i nuclei familiari: articolandoli in azioni condivise con associazioni, forze produttive e società civile; d) introdurre una immediata azione di informazione/formazione civica oltre che linguistica: la quale va resa obbligatoria, come condizione preliminare per qualsiasi altra forma di sostegno e di riconoscimento dello status di rifugiato e/o di immigrato; e) favorire e supportare la loro autorganizzazione in associazioni (a carattere etnico e/ religioso) evitando derive di solitudine e tendenze all’isolamento; f) attivare forme di dialogo e di animazione (a livello interreligioso ed interculturale), impegnando scuola, pro-loco, associazionismo e coinvolgendo ogni nucleo di recente insediamento.

Se ciascuna Comunità locale saprà affrontare questa sfida con coraggio e lucidità, fermezza e apertura, si ritroverà presto rafforzata e più compatta: vivendo così la transizione alla società multietnica in modo sereno e trasparente, senza traumi e spaccature; il miglior viatico per le nuove generazioni, destinate comunque a vivere in un pianeta fattosi villaggio.

Luciano Mazzoni Benoni

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Luciano Mazzoni Benoni è studioso di antropologia delle religioni e teologia spirituale. Libero docente e consulente in materia etica. Direttore della Rivista “Uni-versum”. Vicepresidente dell’Associazione italiana Teilhard de Chardin. Coordinatore del Forum interreligioso di Parma. Presidente del Comitato Etico dell’Associazione Borghi Autentici d’Italia.

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