Le aree interne italiane protagoniste della ripartenza

31 marzo 2016

In Italia una parte rilevante delle aree interne ha subito gradualmente, dal secondo dopoguerra, un processo di marginalizzazione segnato da: calo della popolazione (talora sotto la soglia critica); riduzione dell’occupazione e dell’utilizzo del territorio; offerta locale calante di servizi pubblici e privati; costi sociali per l’intera nazione, quali il dissesto idrogeologico e il degrado del patrimonio culturale e paesaggistico. Effetti negativi hanno subìto anche gli interventi pubblici o privati (cave, discariche, inadeguata gestione delle foreste e talora impianti di produzione di energia) mirati soprattutto ad estrarre risorse da queste aree senza generare innovazione o benefici locali.

A questa logica di rapina hanno, a volte, acconsentito talune Amministrazioni locali, subendo le condizioni negoziali di debolezza legate alla scarsità dei mezzi finanziari. In altri casi, l’innovazione è stata scoraggiata sia da fenomeni malavitosi che, altrove, da fenomeni di comunitarismo locale concepito in senso autarchico e chiuso a ogni apporto esterno.

Viceversa, tante aree interne sono state spazio di buone politiche e buone pratiche in conseguenza delle quali: la popolazione è rimasta stabile o è cresciuta; i Comuni hanno cooperato per la produzione di servizi essenziali; le risorse ambientali o culturali sono state tutelate e valorizzate. Ciò dimostra come non sia inevitabile il processo generale di marginalizzazione e la capacità di queste aree di concorrere a processi di crescita, coesione e innovazione.

La strategia nazionale per le aree interne che il Governo Italiano ha definito e che accompagna l’Accordo di Partenariato con la Commissione Europea nel quadro di “Europa 2020”, è occasione e leva, finanziaria e di metodo, per la programmazione dei fondi comunitari disponibili per tutte le regioni del Paese e nel periodo 2014-2020 queste risorse dovrebbero essere combinate con quelle previste nelle ultime leggi di stabilità allo scopo di far sì che la strategia nazionale possa valorizzare il protagonismo di comunità locali, soprattutto quelle più aperte e innovative.

In coerenza con la nuova metodologia che dovrà caratterizzare il concorrere, al Nord e al Sud, dei diversi fondi comunitari e nazionali, il fulcro della strategia nazionale per le aree interne dovrà essere il paradigma della qualità della vita delle persone: uno sviluppo estensivo, con l’aumento della domanda di lavoro e dell’utilizzo del capitale territoriale.

Per la costruzione di una strategia di sviluppo economico e sociale per i piccoli e medi Comuni occorre partire dal “capitale territoriale“ inutilizzato presente in questi territori: il capitale naturale, culturale e cognitivo, l’energia sociale della popolazione locale e dei potenziali residenti, i sistemi produttivi (agricoli, turistici, manifatturieri). Il capitale territoriale delle aree interne è oggi largamente inutilizzato a causa del processo di de-antropizzazione richiamato in precedenza. In una strategia di sviluppo locale, il capitale non utilizzato deve essere considerato come una misura del potenziale di sviluppo. La presenza di soggetti propositivi che pure esistono in questi territori, come le imprese innovative e competitive, il saper fare diffuso di qualità, la tenacia e l’amore per un’ospitalità basata anche sulla valorizzazione di prodotti straordinari, ne possono rappresentare l‘innesco. Le politiche di sviluppo locale sono, in primo luogo, politiche di attivazione del capitale latente.

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Segnalibro de “Il Manifesto dei Borghi Autentici” (edizione 2015)

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