La Pompìa siniscolese, un agrume misterioso tra passato e futuro

21 luglio 2016

Le origini della Pompìa di Siniscola sono misteriose: si direbbe che si tratta di un cedro ma molti caratteri, sia dell’albero che del frutto, non corrispondono alla specie. L’albero sembra un arancio, ma i rami sono spinosi. I frutti sono stranissimi, grandi come e più di un pompelmo – possono pesare anche 700 grammi – di colore giallo intenso e con la buccia spessa, granulosa, anzi, bitorzoluta e costoluta.

Il Citrus monstruosa, questo il suo nome scientifico, è come un ibrido sviluppatosi dall’incrocio tra cedro e limone, forse in epoca medioevale, in seguito alla decadenza agricola delle zone litoranee sarde, quando la fascia costiera nord-orientale dove ora sorge Siniscola venne abbandonata dalle popolazioni per le frequenti invasioni barbaresche.

Si direbbe che la Pompìa sia il risultato di un qualche esperimento di biogenetica “mal riuscito”. Invece no: la Pompìa esiste già da almeno tre secoli e cresce solo in Sardegna, in un’area della Baronia che gravita intorno al comune di Siniscola. Gli alberi di Pompìa crescono sporadicamente qua e là, in quelle campagne. Oggi gli agricoltori della zona ne coltivano alcuni soprattutto per un consumo familiare e solo pochi di loro hanno veri e propri agrumeti e vendono le Pompìe alle pasticcerie e ai ristoranti di Siniscola, che producono dolci tradizionali.

Da poco è stato avviato, nel comune baroniese, un campo sperimentale di un numero di alberi di Pompìa gestito da una cooperativa di giovani. Tutte le coltivazioni sono assolutamente naturali: l’albero di Pompìa è molto rustico e resistente, raramente si ammala. La raccolta è manuale e la stagione dei frutti coincide con quella degli agrumi, inizia a metà novembre e si conclude a gennaio.

La prima citazione della Pompìa nella storia si trova in un saggio sulla biodiversità vegetale e animale della Sardegna di Andrea Manca Dell’Arca, pubblicato nel 1780. La Pompìa mostra comunque un fortissimo legame storico con il territorio di Siniscola, in quanto deve la sua sopravvivenza al fatto che nel solo comune baroniese questa pianta ha trovato utilizzo nella preparazione dei dolci più tradizionali del paese, noti come “sa Pompìa intrea” (ovvero il frutto “intero”) e “s’Aranzata”, particolare ricetta dei dolci con mandorle e miele. Non esiste una fonte storica che dica con certezza da quando si sia iniziato a produrre il dolce, poiché la ricetta è stata tramandata oralmente nel corso dei secoli. Sa Pompìa, nelle sue varianti, era, ed è ancora, un dolce esclusivo, un tempo riservato a pochi e che veniva offerto solitamente in occasioni speciali di festa. Un periodo questo era il regalo più esclusivo e gradito per i testimoni di nozze e i padrini dei propri figli, considerato quasi un “bene di lusso” che pochi prima si potevano permettere, poiché la sua preparazione esigeva molte ore di lavoro e ingredienti rari quali il miele e lo zucchero, fatto che ne ha impedito una grande distribuzione.

La trasformazione della Pompìa è una ricetta storica custodita gelosamente nel corso dei secoli ed è arrivata uguale a come è nata, fino a noi: una “magia” che permette a un frutto non commestibile e acidissimo di diventare un candito dal particolarissimo sapore dolce, col retrogusto amaro che lo rende una prelibatezza inconfondibile. Ma c’è di più. La scorza del frutto, eliminata nella preparazione dei dolci, viene utilizzata per fare il liquore di Pompìa, uno sciroppo composto da acqua, zucchero e alcool, che va servito ghiacciato per apprezzarne a pieno il gusto.

Nelle tavole siniscolesi di oggi, la fantasia di utilizzo della Pompìa ha raggiunto comunque risultati eccellenti, per la produzione di altre preparazioni alimentari, tra cui la panna cotta, granite, gelati, sorbetti e marmellata.

Sperimentata con successo su diversi piatti, la Pompìa si può consumare come antipasto, insieme a formaggi che ne esaltano il contrasto di sapori, o con verdure (radicchio, trevisana, belga), ma accompagna anche i secondi piatti, come bolliti e cacciagioni. Senza dimenticare che il frutto veniva e viene ancora utilizzato per altri scopi, oltre che per quello alimentare. La polpa di scarto veniva usata per lucidare rame, ottone e oro e anche come ottimo detergente per la pulizia delle mani. La gamma di prodotti derivati dalla Pompia si è inoltre ampliata con la sua recente sperimentazione in nuovi campi, per sfruttare al meglio le proprietà del frutto, e in molti casi ci sono dei buoni risultati: il frutto ha infatti delle caratteristiche uniche nelle sua specie, ricchissimo di oli essenziali che ultimamente vengono utilizzati nel settore della cosmesi e dell’erboristeria per farne un ottimo ricostituente e un rimedio naturale per curare tossi, mal di gola, raffreddori, inappetenze.

Tra tradizione antica e modernità, passato e presente dell’enogastronomia di Siniscola, la Pompìa rappresenta una risorsa per il futuro del borgo e della sua comunità e una realtà autentica da custodire e da raccontare…

Gianfranca Carta – tutor dell’ospite di Siniscola

Potrebbero interessarti