Il ripopolamento dei borghi è una necessità sociale ed economica

24 marzo 2016

Un paese ci vuole, non fosse per il gusto di andare via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”…. “Anguilla dopo anni di assenza decide di tornare e cercare tra le cose e le persone del passato, la propria identità.

Cesare Pavese, la luna e i falò.

Lo spopolamento dei paesi, in special modo quelli di montagna, è avvenuto non certo per scelta ma per ragioni economiche e sociali. La ricerca del lavoro e la necessità di avere servizi di qualità hanno portato migliaia di persone, dal primo Novecento fino ai nostri giorni, a concentrarsi nei grandi centri urbani nazionali e internazionali provocando lo spopolamento, fin quasi all’abbandono, di molti paesi e territori.

Nel 2007 gli abitanti delle città sono diventati più di quelli del resto della terra. La popolazione residente nelle grandi città ha superato quella che vive nella campagna, nei paesi, nei piccoli centri. Conosciamo bene le conseguenze, dal punto di vista sociale, naturale, economico, dell’abbandono dei paesi montani, pedemontani, collinari, ecc. La concentrazione della popolazione nelle grandi città all’inizio ha dato i suoi frutti di lavoro, servizi, seppur livellati nel basso, accettabili per buona parte della popolazione, dall’altra abbiamo avuto un effetto boomerang: le città sono diventate sempre di più delle prigioni dove le persone sono costrette a vivere con problemi di traffico, di sicurezza, di aria inquinata, di tempi dilatati, servizi condizionati dall’eccesso di abitabilità (per fare una TAC in un ospedale a volte ci vogliono mesi).

Di fronte a questo fenomeno vediamo che cresce la domanda per un vivere più accettabile, più sereno e salubre come ha ben affermato l’antropologo Vito Teti:

Parallelamente all’intasamento urbano, dovunque, infatti, è segnalata una tendenza ad abbandonare la megalopoli, a cercare modelli di vita alternativi che spesso portano, sia pure in maniera non definitiva, nelle campagne, nei piccoli centri, nei paesi. Giovani, intellettuali, scrittori, artisti immaginano e pensano che l’avvenire dell’umanità non sia nelle città, ma nei piccoli centri, nelle province. E non sono pochi gli esempi di scelta del paese come luogo dove vivere per lunghi periodi o definitivamente.

Il racconto di Riccardo Finelli “Storie d’Italia, viaggio nei comuni più piccoli di ogni regione”, è un interessante esempio di attaccamento alla propria terra, di ritorni o di scelte di vita radicali e lontane “dalle anonime periferie di pietra a vista, dei centri commerciali iperbarici, dalle comunità virtuali”, dai “non luoghi”.

Dall’altra vi è la necessità da parte di cittadini, amministratori, piccole comunità di salvaguardare l’identità dei territori e la qualità della vita di molti cittadini. In molte località, se nei prossimi 30 anni non interverrà un’inversione di tendenza, intere comunità delle zone interne scompariranno definitivamente.

La principale conseguenza dello spopolamento – ha dichiarato la Senatrice e sindaco di Sodali, Romina Mura – è la chiusura di servizi pubblici essenziali come quelli scolastici e sanitari. Non solo, la cura e la manutenzione del territorio, vengono meno e si assiste all’abbandono dello stesso, una delle cause del dissesto idrogeologico e della perdita di valore dei suoli.

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La Senatrice Mura è stata la prima firmataria della proposta di legge che prevede tra l’altro: “Introduzione del reddito di insediamento e altre disposizioni per favorire la residenza nei comuni con popolazione non superiore a 3.000 abitanti situati nelle aree svantaggiate e nelle zone interne”. Una proposta di legge che ha proprio l’obiettivo di favorire le persone e i giovani a rimanere o a tornare nei piccoli borghi, a creare micro economie necessarie per vivere e contribuire alla socialità, alla crescita della comunità.

Ci troviamo quindi di fronte ad un’apparente contraddizione e cioè da una parte una domanda crescente di piccoli territori e di una qualità della vita superiore a quella che riescono ad offrire le grandi città, dall’altra richiesta di aiuti da parte di amministratori illuminati e cittadini, per una offerta di qualità soprattutto nei servizi, perché non vogliono vedere morire il proprio comune la propria comunità.

L’Associazione Borghi Autentici d’Italia lavora da anni per cercare di dimostrare, attraverso analisi e progetti strategici che hanno come slogan di riferimento: “comuni e territori che ce la vogliono fare” e cioè non più lamentazioni sterili ma progetti concreti che vanno a colmare proprio quella contraddizione tra domanda e offerta di qualità della vita per creare un nuovo sviluppo dove il cittadino diventi protagonista delle proprie scelte.

Il ripopolamento dei borghi, dei paesi, dei territori di prossimità ha il duplice scopo di alleggerire la concentrazione delle grandi metropoli e di ridisegnare un’Italia per una nuova umanità.

Dal Manifesto BAI si evince proprio tutto questo:

In coerenza con la nuova metodologia che dovrà caratterizzare il concorrere, al Nord e al Sud, dei diversi fondi comunitari e nazionali, il fulcro della strategia nazionale per le aree interne dovrà essere il paradigma della qualità della vita delle persone: uno sviluppo estensivo, con l’aumento della domanda di lavoro e dell’utilizzo del capitale territoriale. Per la costruzione di una strategia di sviluppo economico sociale per i piccoli e medi Comuni occorre partire dal “capitale territoriale “inutilizzato presente in questi territori: il capitale naturale, culturale e cognitivo, l’energia sociale della popolazione locale e dei potenziali residenti, i sistemi produttivi (agricoli, turistici, manifatturieri). Il capitale territoriale delle aree interne è oggi largamente inutilizzato a causa del processo di de-antropizzazione richiamato in precedenza. In una strategia di sviluppo locale, il capitale non utilizzato deve essere considerato come una misura del potenziale di sviluppo. La presenza di soggetti propositivi che pure esistono in questi territori, come le imprese innovative e competitive, il saper fare diffuso di qualità, la tenacia e l’amore per un’ospitalità basata anche sulla valorizzazione di prodotti straordinari, ne possono rappresentare l‘innesco. Le politiche di sviluppo locale sono, in primo luogo, politiche di attivazione del capitale latente.

Enzo D’Urbano

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Sociologo, insegnante docente di Economia e marketing turistico, progettista culturale, giornalista free lance, slow travel coach. Presidente del Premio Hombres Itinerante, blogger. Ufficio di presidenza Ass. Borghi Autentici d’Italia, appassionato di immagine, libri, paesaggi, luoghi, borghi e soprattutto della scuola e della formazione.

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