Conoscere Galtellì, rileggendo Grazia Deledda

20 ottobre 2014

Seduto in un bar di un centro commerciale qualsiasi, di una città grande e caotica, ho due ore di tempo per un appuntamento e mi viene un po’ di ansia per il lungo tempo da trascorre in quel “non luogo”. Penso ai Luoghi, ai borghi frequentati in questi ultimi anni e ripenso alla Sardegna, a Galtellì (nella valle del Cedrino)  dove sono stato varie volte. Cerco, sull’iPad Canne al Vento di Grazia Deledda, libro ambientato proprio a Galtellì e che non ho mai letto. Mi estraneo dal caos del centro commerciale e leggo famelico il libro. Appunto le considerazioni della scrittrice sarda sui luoghi che mi hanno colpito di quel borgo:

“…ecco ad un tratto la valle aprirsi e sulla cima a picco d’una collina simile ad un enorme cumulo di ruderi, apparire le rovine del castello…l’occhio stesso del passato guarda il panorama melanconico, roseo di sole nascente, la pianura ondulata con le macchie grigie delle sabbie e le macchie giallognole dei giuncheti, la vena verdastra del fiume, i paesetti bianchi col campanile in mezzo come il pistillo nel fiore…” (Grazia Deledda, Canne al vento).

E il luogo dove feci la mia prima assemblea BAI in Sardegna:

“All’ombra del monte, tra siepi di rovi e di euforbie, gli avanzi di un antico cimitero e della Basilica pisana in rovina”
Il cortile della Basilica si apre con un portone sormontato da un’asse corrosa: “l’antico cimitero coperto d’erba……. e a cento metri, il paesetto più che mai desolato nella luce abbagliante del mattino”.

E ancora:

“ la basilica cadeva in rovina; tutto vi era grigio, umido e polveroso: dai buchi del tetto di legno piovevan raggi di pulviscolo argenteo che finivano sulla testa delle donne inginocchiate per terra e le figure giallognole che balzavano dagli sfondi neri screpolati dei dipinti che ancora decorano le pareti somigliavano a queste donne vestite di nero e viola…” 

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Oggi il cimitero non è più ricoperto di erba, la basilica è un luogo ristrutturato e accogliente e il paesetto non è desolato, ma molto bello e ben curato. La casa dei protagonisti del romanzo:

“La casa ad un sol piano oltre il terreno, sorgeva in fondo al cortile, subito dominata dal monte che pareva incombere sopra come un enorme cappuccio verde e bianco” e la Chiesa del SS Crocefisso, luogo emozionante:

“Il Cristo che sta dietro la tenda giallastra dell’altare, e che solo due volte all’anno viene mostrato al popolo, scende dal suo nascondiglio e cammina…”

Passeggiando per il centro storico:

“subito dentro lo spiazzo biancheggiava tra i melograni e i palmizi, simile ad un’abitazione moresca, con porte ad arco, logge in muratura, finestre a mezzaluna, la casa di Don Pedru”

Quando ho dormito al castello Malicas, nella stanza intitolata a Noemi Pintor, guardavo dalla piccola finestra il paese, le case del centro storico e pensavo come Grazia Deledda:

“Il chiarore della luna illuminava attraverso le fessure la stanza stretta e bassa aglii angoli… Dal tetto a cono, di canne e giunchi, che copriva i muri a secco e aveva un foro nel mezzo per l’uscita di fumo, pendevano grappoli di cipolle e mazzi d’erbe secche, croci di palma e rami d’ulivo benedetto, un cero dipinto, una falce contro i vampiri e un sacchetto di orzo contro le panas; a ogni soffio tutto tremava e i fili dei ragni lucevano alla luna.Giù per terra la brocca riposava con le sue anse sui fianchi e la pentola capovolta ledormiva accanto….”

Continuo rapito la lettura di Canne al Vento perchè la trama si intreccia con un luogo autentico fino a farlo diventare una guida curata, meditata e piena di identità sarda della valle del Cedrino.

 

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