La grande festa di San Giuseppe a Berceto

29 marzo 2017
festa di san giuseppe

Quello che ti proponiamo è un racconto scritto da Luigi Lucchi, Sindaco di Berceto, un borgo autentico situato a metà strada tra Liguria ed Emilia Romagna, sulle montagne appenniniche. Un racconto che ripercorre i ricordi di un tempo passato, insieme a quei momenti di festa che contrassegnano l’infanzia e si ricordano per tutta la vita. Ricordare questi attimi, talvolta anche con nostalgia, permette di capire chi siamo, da dove veniamo e quindi, con maggiore consapevolezza ci fa avere una visione più chiara del nostro futuro. Ecco perchè le parole scritte dal Sindaco di Berceto, ci accompagnano in un viaggio all’interno di noi stessi.

 

Qui Berceto.

Questi un tempo erano i giorni della grande festa di San Giuseppe.

La mia generazione, quando eravamo bambini, iniziava a festeggiare nel giorno stabilito di maggio la festa della mamma. Non era ancora iniziata la moda di festeggiare il papa per San Giuseppe.

San Giuseppe non era la festa del papà, non era una festa commerciale ma a Berceto, per i bambini e i ragazzi era una grande festa. Probabilmente si risentiva della grande considerazione che la festa di San Giuseppe riceveva nelle nostre due città, Parma e La Spezia trovandosi, Berceto, proprio nel bel mezzo ed equidistante dall’una e dall’altra. Tanta gente di Berceto, della generazione di mio padre andavano almeno una volta nella loro vita a La Spezia proprio nell’occasione di questa festa.

Sentivo anche mia madre ricordarlo anche se non con entusiasmo e buon ricordo visto che soffriva, e in quell’occasione tantissimo, il mal d’auto. Credo che sia stato l’unico viaggio di mia mamma con il  mio babbo fuori da Berceto e trovo significativo che fosse in occasione di San Giuseppe.

San Giuseppe, inoltre, indipendentemente dal giorno infrasettimanale che ricorreva, veniva festeggiato solennemente in Chiesa, era una giornata di festa e di precetto. Era un Santo molto venerato nella nostra diocesi e difficilmente si trova una chiesa, seppure di un piccolo paesino, senza la statua di San Giuseppe: nel Duomo di Berceto c’è.

A Parma, dove non sono mai andato, come del resto non sono andato a La Spezia, per San Giuseppe c’erano i così detti baracconi che poi erano giostre e altri richiami da grande fiera. Anche a Berceto, in quei giorni, almeno dal 1960 fino al 1975, era montato l’autoscontro e anche la giostra. Il luogo era lo spiazzo dove ora sorge il palazzo delle poste in Via Mons. Lucchi. I bambini allora anche a Berceto e soprattutto a Berceto, erano liberi. Si stava fuori di casa al pomeriggio per ore. I ritrovi erano la semplice strada in cui si giocava a pallone e nessuno si lamentava. Si entrava nei cantieri e nelle case in costruzione, si saliva su vecchi autocarri fermi, si andava alla Chiastra o al Lago di Gingino e poi, piano piano, alla Casa della Gioventù e a giocare ininterrottamente a pallone nel campo del prete o in quello del Seminario.

Per San Giuseppe, ovviamente, si stazionava davanti alla pista dell’autoscontro seduti sulla scarpata. Pochi soldi in tasca, direi nulla, ma ugualmente si riuscivano a fare dei giri su quelle auto. Con l’arrivo della pubertà, anche se noi maschietti, rispetto alle nostre compagne di scuola eravamo infantili e veramente bambini, pareva un obbligo comunque piacevole, iniziare tra di noi a commentare le ragazze e cercare di avere un sorriso, una parola, con quelle più belle e gettonate dai più grandi che ci cacciavano in malo modo. A quell’età un anno di differenza, seppur tra bambini, fa la differenza e uno può dire d’essere un ragazzo e l’altro dolersi d’essere ancora un bambino e trattato da tale. Quel periodo, ripensandoci, l’ho vissuto stranamente. Ero coccolato infatti da ragazze che volevano notizie di mio fratello Berto, ritenuto molto bello, ed io bambino mi facevo pagare da loro il gelato o anche giri sull’autoscontro e giostra. Ero abbastanza, solo teoricamente, evoluto come educazione sessuale anche se nessuno in famiglia mi ha mai detto nulla, semplicemente perché vedevo le vacche partorire o il gallo compiere il suo compito, da re del pollaio.

 

festa di san giuseppe

 

Erano anche i giorni in cui l’Anita e Vittore riprendevano a fare il gelato, una visita in gelateria era d’obbligo e il gelato, se c’era l’Anita, anche con soli 5 lire, diventava un cono enorme. Certamente buono e nutritivo fatto con vero latte e vere uova. Se avessero voluto promuovere la vendita del gelato sarebbe bastato offrirlo a un bambino “ordinando” d’andare a mangiarlo, “sperlaccare” vicino all’autoscontro. Iniziava, quando si vedeva uno con il gelato, la spola tra l’autoscontro e la latteria, prima c’era la ricerca spasmodica di soldi.  Eravamo tutti senza soldi ma poi tutti mangiavamo il gelato e giravamo sull’autoscontro. Si era perfino capaci, con una certa perfidia, di vendere la nostra amicizia. Solitamente i figli o le figlie dei “ricchi” (termine improprio a Berceto) non li ritenevamo simpatici e affidabili. Erano, il più delle volte tenuti in disparte. Per entrare in compagnia dovevano pagare, pagavano il gelato e i gettoni dell’autoscontro. Con una condotta tanto grezza non ho mai capito perché mi appassionavo alle poesie. Mi piaceva proprio impararle a memoria. Visto le prime ansie amorose Leopardi diventava un idolo anche se eravamo in prima o seconda media. A dire il vero in seconda media il mio idolo era il Pascoli ma soltanto per una sua poesia che avevo studiato proprio nei giorni precedenti San Giuseppe: L’Aquilone.

Nella mia mente facevo un film e ambientavo la poesia in posti conosciuti. Facevo delle passeggiate solitarie in quei luoghi in cui avevo ambientato la poesia l’Aquilone. Traevo giovamento, anche allora mi piaceva tantissimo la compagnia ma poi volevo stare un po’ solo magari vergognandomi, con i compagni, non dicendogli il motivo. Che cosa avrebbero pensato di un loro amico che guardava le prime viole, cercava muretti, stava solo e mentalmente recitava l’Aquilone. Mi avrebbero considerato un “secchione” e non era bene. Io aspiravo sempre ad essere il capetto e il mito da emulare di tutti; allora eravamo i ragazzi della via Pàl. Tra l’altro, a Berceto, anche se terminavano con la mia generazione, c’erano vere e proprie guerriglie tra chi abitava in piazzola e chi in castello. Il paese era diviso in due dalla strada di Piazza San Moderanno: chi abitava sopra era del castello, chi abitava sotto era della piazzola. Quelli della mia età sono riusciti a intrupparsi nelle due bande ma poi, con buon senso, hanno terminato queste scorribande. Il gioco del pallone e la casa della gioventù univano tutti, come tutti erano uniti dai baracconi di San Giuseppe.

Luigi Lucchi – Sindaco di Berceto

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