Bitti è un centro della Barbagia settentrionale dalla storia molto antica, conosciuto per il suo Canto a Tenore anche al di fuori dei confini isolani. Si racconta che il toponimo derivi dal nome locale della cerbiatta – sa bitta – uccisa, secondo la leggenda, da un cacciatore intento a dissetarsi alla fonte attorno alla quale è poi sorto il paese. Oggi i suoi tremila abitanti popolano il borgo, sviluppatosi dentro una valle stretta tra i colli, e lavorano un territorio aspro e vastissimo dalla presenza umana rarefatta, che riporta tracce importanti del passaggio dell’uomo sin dalla preistoria, passando per i periodi nuragico e romano.

Il centro storico è affollato di piccole chiese, edificate nei secoli sulla spinta di una forte religiosità popolare, distribuite tra l’abitato e l’agro. Passeggiando per i vicoli del rione di Monte Mannu, si giunge al Museo della civiltà pastorale e contadina, un antico edifico minuziosamente ricostruito con pavimenti in legno e soffitti in canna sostenuti da travi di ginepro, dove sono esposti strumenti di lavoro e arredi del passato.

Nello stesso complesso sorge il Museo multimediale del canto a tenore, in cui le nuove tecnologie introducono al più antico canto polifonico della Sardegna eseguito dalle quattro voci maschili – sa oche, su bassu, sa contra e sa mesu oche – disposte in un cerchio serrato, una delle espressioni più originali delle tradizioni della Sardegna. È difficile stabilirne le origini: secondo alcuni risalirebbero a quando il pastore viveva nella solitudine della campagna, a stretto contatto con il bestiame e con la natura, imitandone i suoni. L’UNESCO ha inserito questo canto tra i Masterpieces of the Oral and Intangible Heritage of Humanity e il paese vanta alcuni gruppi che hanno raggiunto un altissimo livello di esecuzione e stile, ammirato per la complessità, la forza espressiva e la ricchezza timbrica.

Se dal paese ci si dirige verso l’altipiano granitico, addentrandosi in un fitto bosco di querce da sughero si scopre il sito di Romanzesu, uno dei complessi nuragici più importanti dell’Isola e unico per la struttura dell’anfiteatro a gradoni connesso al pozzo sacro, presumibilmente sede di riti connessi al culto dell’acqua, collocato al centro di una città sepolta e non ancora riportata alla luce.

Proseguendo oltre, l’altipiano si scompone in creste, profondi dirupi e strette valli oggi raccolti nel neonato Parco di Tepilora, dove immergersi nel silenzio e nella natura selvaggia. Qui la macchia mediterranea e boschi di lecci e sughere proteggono laghetti lussureggianti e una fauna di grande interesse: l’aquila reale, lo sparviero e altri rapaci, i daini, mufloni e cinghiali. Gli antichi sentieri dei carbonai che conducevano dall’area rimboschita di Crastazza fino al mare sono oggi parzialmente recuperati come itinerari escursionistici. I corsi d’acqua connettono l’area con altri siti di interesse naturalistico, sino alla zona umida e alle spiagge di Posada, al centro della costa orientale. Il territorio è ricco di fiumi che, attraversando i canaloni granitici dentro e fuori il parco, creano nei salti imponenti cascate, come quelle di Silliorai e di Sas Lappias.

Più a valle, isolato nella natura, sorge il villaggio sacro dedicato alla Madonna dell’Annunziata, che si popola per la novena e la festa di maggio, sentita al pari di quelle del patrono, San Giorgio, e della Madonna del Miracolo, la cui devozione fa giungere in paese gruppi di pellegrini da numerose parti dell’Isola. È allora che si può assistere alle processioni in cui il simulacro della santa è accompagnato da numerosi cavalieri e da lunghe file di costumi finemente ricamati e dagli intensi colori.

Giovanni Carru

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