Caporalato: lo sfruttamento dei migranti in agricoltura

14 luglio 2016

Mohamed è morto mentre raccoglieva pomodori. È morto sotto il sole aggressivo del Sud Italia, per 5 euro alla cassa, da cui doveva togliere la quota per il caporale e per il trasportatore nei campi.

Mohamed è esistito davvero, non è un nome di fantasia. Però, nello stesso tempo, è un nome che potremmo dare ai tanti schiavi che ogni giorno lavorano e muoiono nei nostri campi, trattati come schiavi, a sopportare condizioni di vita e di lavoro inumane, mentre la maggior parte di noi – istituzioni, enti e cittadini – spesso non si accorge nemmeno della loro esistenza.

In questo senso è stato realizzato uno studio da The European House – Ambrosetti, basato sui numeri raccolti da Flai-Cgil relativi allo scorso anno.

La ricerca ha coinvolto 14 regioni e 65 province con l’obiettivo di tracciare i flussi stagionali di manodopera e gli epicentri delle aree a rischio caporalato e sfruttamento lavorativo: sono stati censiti oltre 80 epicentri di rischio, di cui 36 ad alto tasso disfruttamento lavorativo, da nord a sud.

Nel rapporto si legge:

Il caporalato è fortemente diffuso su tutto il territorio nazionale: oltre alle Regioni del Sud Italia (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia), forte l’esplosione del fenomeno al Centro-Nord, in particolare: in Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Veneto e Lazio. Sempre di più il caporalato si associa ad altre forme di reato, come ad esempio: gravi sofisticazioni alimentari, truffa e inganno per salari non pagati, contratti di lavoro inevasi, sottrazione e furto dei documenti, gestione della tratta interna e esterna dei flussi di manodopera, riduzione in schiavitù e forme di sfruttamento lesive persino dei più elementari diritti umani.

I dati emersi sono impressionanti: gli schiavi del caporalato, perché solo così si possono definire, trascorrono lavorando nei campi più di 12 ore ogni giorno, in condizioni che spesso ne aggravano la salute tanto da causare problemi cronici. Si tratta di malattie che, nella maggior parte dei casi, sarebbero facilmente curabili con farmaci comuni ma che, se non vi si pone rimedio in tempi brevi, tendono a cronicizzarsi. Spesso, inoltre, le condizioni di salute peggiorano perché queste persone non hanno accesso all’acqua corrente e ai servizi igienici, condizioni che ovviamente incrementano il diffondersi di malattie.

Quanti sono questi schiavi? Secondo questo rapporto sono oltre 400.000 ogni anno e la piaga del caporalato coinvolge circa 80 distretti agricoli: nell’80% dei casi si tratta di stranieri, che guadagnano dai 25 ai 30 euro al giorno. Nel 2015 le vittime del caporalato, coloro che sono morti per queste condizioni di vita inumane, sono state almeno 10 in Italia. Almeno 10, perché forse erano di più ma nel silenzio e nel sommerso i numeri e i volti tendono a perdersi, aggiungendo ingiustizia ad ingiustizia.

Questi sono sicuramente numeri impressionanti, che non possono essere messi a tacere. Combattere questo sistema di schiavitù organizzata, che si intreccia alla criminalità organizzata e all’omertà di molti produttori che non pensano ad altro che al proprio profitto, è ormai un obiettivo che il nostro paese non può evitare di porsi. Anche perché c’è un altro numero che va considerato e che tocca direttamente l’economia del nostro Paese: il caporalato toglie alle casse dello Stato circa 600 milioni di euro l’anno.

600 milioni che potrebbero trovare ben altro utilizzo. 600 milioni che potrebbero supportare la sanità pubblica, sempre più compromessa e traballante, o il sistema scolastico, che da anni ormai conta i centesimi per poter garantire un’istruzione decorosa alle generazioni più giovani.

E invece questi 600 milioni all’anno – non in totale, che già sarebbe tantissimo, ma ogni anno – vengono letteralmente bruciati dal caporalato e dai suoi tentacoli di violenza e sopruso.

La situazione deve cambiare e, fortunatamente, sta iniziando a cambiare. Il 27 maggio è stato firmato il “Protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura”, sottoscritto dal Ministro Poletti insieme ai Ministri dell’Interno Angelino Alfano e delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali Maurizio Martina, e questo è sicuramente un segno di grande rilevanza perché è fondamentale che le istituzioni si impegnino in questa lotta dando il buon esempio e attivando collaborazioni e strumenti che tutelino i lavoratori.

Ma non solo. Anche altri esempi di pratiche virtuose stanno vedendo la luce: dalle salse di pomodoro che garantiscono una produzione in cui non c’è traccia di schiavitù e oppressione, ai percorsi che uniscono agricoltori locali per un’economia della terra che parta dagli uomini e dai loro diritti.

C’è ancora tanto da fare, è vero, ma con l’impegno di tutti, anche dei singoli cittadini, possiamo migliorare la situazione, riportando i diritti al centro dell’economia del lavoro.

Enzo D’Urbano, Responsabile Comunicazione Borghi Autentici

***

Scheda di sintesi del Rapporto FLAI-CGIL.

Potrebbero interessarti