Scuola delle buone pratiche: i Comuni diventano virtuosi

9 febbraio 2017
scuola delle buone pratiche

La Scuola delle buone pratiche è un progetto molto importante, nato alcuni anni fa dall’esigenza di costruire un fronte comune di Amministratori virtuosi, valorizzando i loro progetti, diffondendoli sui territori e implementandoli. Gli obiettivi specifici del progetto sono chiari: offrire opportunità di conoscenza e scambio tra Amministratori, documentare casi di pratiche virtuose, promuovere la collaborazione tra gli uffici comunali, favorire la cooperazione tra Comuni, sviluppare un rapporto stretto tra Amministratori e cittadini.

Il prossimo 10 marzo, durante la fiera Fa’ la Cosa Giusta a Milano, si terrà una nuova edizione della Scuola delle buone pratiche, dalle 10 alle 17 presso i padiglioni di fieramilanocity, in collaborazione con l’Associazione Borghi Autentici d’Italia (se vuoi partecipare visita il sito della Scuola). La giornata sarà divisa in 5 macro temi, ciascuno dei quali sarà affrontato insieme ad esperti del settore e Sindaci dei Comuni che hanno già applicato o stanno applicando delle buone pratiche. Ora approfondiamo quali saranno i temi affrontati durante la giornata.

 

La bellezza che rigenera territori e città, legami sociali ed economia

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.

Peppino Impastato credeva che la bellezza potesse salvare il mondo. Il nostro impegno dev’essere quello di proteggerla, ma anche di educare la gente a riconoscerla e a diffonderla. Abbiamo già parlato in passato di come la bellezza possa essere anche uno strumento per combattere lo spopolamento dei borghi e ne torniamo a parlarne proprio durante la più grande fiera del vivere sostenibile in Italia. Nei luoghi in cui l’impianto urbanistico è tenuto meglio si fa più attenzione, si è meno disponibili ad accettare il brutto e questo lo conferma anche l’ISTAT con lo studio “Paesaggio e patrimonio culturale”. Il Manifesto dei Borghi Autentici d’Italia afferma che occorre ripartire dai territori, dalle persone, dal capitale sociale che anima l’Italia dei borghi e per fare questo è necessario sensibilizzare le persone alla bellezza, intesa come armonia architettonica, ma anche come armonia del paesaggio, della cultura e delle tradizioni (puoi approfondire il tema sul sito BAI).

 

 

In che modo la bellezza può rigenerare territori e città?

Il concetto di bellezza riveste da sempre una grande importanza nell’uomo, basti pensare al mondo dell’arte, della moda, alle dinamiche sociali. Come affermano gli studiosi Rodolfo Baggio della Bocconi e Vincenzo Moretti della Fondazione Giuseppe di Vittorio, la bellezza è fortemente legata alla creatività e quindi all’innovazione, uno dei principali fattori di sviluppo di un territorio. Il loro studio “La bellezza come fattore di sviluppo economico e sociale” analizza in modo molto dettagliato le dinamiche che portano la bellezza ad essere uno strumento fondamentale per lo sviluppo dei territori e quindi anche per la loro rigenerazione.

 

La fragilità che rigenera comunità, rafforza legami, costruisce storia e bellezza

La fragilità può essere trasformata in opportunità? Su questa domanda è iniziato il ragionamento che ha portato diversi territori ad avviare progetti di rigenerazione e di coesione sociale, puntando proprio sulla fragilità del loro sistema.

Un esempio sono i migranti, che possono realmente diventare una risorsa per la comunità, come abbiamo già visto anche nei due casi dei borghi autentici di Salve e Scontrone. I migranti possono diventare forza lavoro, collaborando ad esempio negli scavi archeologici, nelle attività per il decoro urbano o nella cura del verde pubblico. Non lo affermano solo i numerosi Amministratori dei Comuni italiani impegnati in progetti di integrazione sociale, ma anche l’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati e la Comunità di Sant’Egidio, da sempre impegnati in percorsi di integrazione sociale delle fasce più deboli. Esistono casi concreti di come i migranti possano essere integrati con successo nelle comunità locali e di questo, se ne parla nell’approfondimento sul sito di Borghi Autentici. 

La fragilità non risiede solo nei migranti, ma anche nelle difficoltà che un quartiere, un borgo o un’area urbana affrontano quotidianamente. Ci sono alcune aree particolarmente fragili, che hanno subito un processo di degrado ad esempio a seguito di processi di forte industrializzazione. Questo avviene in particolare nelle aree periferiche delle città, in cui c’è anche una forte presenza di case popolari e in cui risiede per gran parte la popolazione anziana. Sono aree in cui le attività commerciali e le realtà del terzo settore non riescono a sopravvivere. La situazione è analoga, anche se con dimensioni differenti, anche nei borghi a rischio spopolamento. La fragilità può diventare in questo caso un punto di forza, avviando progetti di riqualificazione urbana e di rigenerazione delle relazioni sociali attraverso la creazione anche di nuovi spazi comuni.

 

scuola delle buone pratiche

 

Il processo partecipativo che riattiva territori, crea nuove economie e nuovi legami, supera vincoli, accresce bellezza e cultura

Il Manifesto dei Borghi Autentici basa la propria strategia sulla partecipazione attiva della cittadinanza alla rigenerazione di un territorio. Tutti i progetti strategici dell’Associazione infatti, prevedono una forte componente di partecipazione, come primo step per l’avvio di nuovi percorsi a livello locale, sia che si tratti di turismo, sia che si tratti di energie rinnovabili. In questo ambito sono numerose le buone pratiche da cui prendere spunto per avviare processi virtuosi sul territorio. Non c’è alternativa al processo partecipativo e questo lo confermano anche gli studiosi Renata D’Amico e Santo Di Nuovo nel loro volume “Giovani, valori, cittadinanza attiva“:

Cittadinanza che consiste non solo nel sentirsi titolari di diritti e doveri, ma anche nell’agire da cittadini; mediante questa azione si concretizza la collaborazione alla costruzione della comunità sociale e alla sua trasformazione progressiva.

 

La cultura che rigenera persone e territori

Alla domanda “con la cultura si mangia?” La classe dirigente italiana risponde per gran parte di no. Bruno Arpaia e Pietro Greco invece sostengono esattamente il contrario con la loro pubblicazione intitolata “La cultura si mangia”. Un esempio?Dal 2007, in piena crisi, l’occupazione nelle industrie culturali italiane è cresciuta in media dello 0,8 per cento l’anno.

Se questo non basta c’è anche il rapporto “Io sono cultura – l’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”, elaborato da Fondazione Symbola e Unioncamere che afferma:

Al Sistema Produttivo Culturale e Creativo (industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico artistico, performing arts e arti visive, produzioni creative-driven) si deve il 6,1% della ricchezza prodotta in Italia: 89,7 miliardi di euro. Ma non finisce qui: perché la cultura ha sul resto dell’economia un effetto moltiplicatore pari a 1,8: in altri termini, per ogni euro prodotto dalla cultura, se ne attivano 1,8 in altri settori.

 

scuola delle buone pratiche

Insomma investire sulla cultura anche in un periodo di crisi come quello in cui ci troviamo, è per molti Amministratori un plus per il territorio, lo testimonia l’evento La Notte della Taranta di Melpignano, di cui ne parlerà ampiamente Ivan Stomeo, Sindaco del borgo salentino durante la Scuola delle buone pratiche di marzo, ma anche Paolo Verri, direttore della candidatura di Matera capitale europea della cultura 2019.

 

Ricostruire una comunità dopo ferite profonde, come un terremoto

Dopo una catastrofe naturalistica inaspettata, come quella del terremoto in Centro Italia, come si può ricostruire una comunità locale coesa? Insieme al problema della ricostruzione materiale, c’è anche quello della ricostruzione immateriale, del senso di comunità e di appartenenza che un terremoto può far sparire nel giro di pochi secondi. Durante la Scuola delle buone pratiche di marzo, ne parleranno alcuni Sindaci dei Comuni colpiti dal sisma, ma anche esperti del settore, come Fabio Sbattella, Responsabile dell’Unità di ricerca in Psicologia dell’emergenza e dell’intervento umanitario all’Università Cattolica di Milano. Ricostruire una comunità ferita è il primo passo per portare un aiuto concreto nelle zone colpite, questo lo conferma anche Giuseppe Zamberletti, padre fondatore della Protezione Civile, che ha vissuto in prima persona anche i terremoti in Irpinia e Friuli:

bisogna tentare, anche se non è facile, di riprodurre per quanto possibile il senso della comunità perduta e distrutta

Questo è possibile prima di tutto ricreando delle abitazioni che diano il più possibile un senso di quotidianità alle persone e che le facciano rimanere nel loro ambiente, senza sradicarle dal loro territorio. Oltre a questo anche il recupero della cultura gioca un ruolo fondamentale: infatti i beni artistici e culturali contribuiscono a creare un forte senso di comunità.

 

 

 

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