I Borghi nel tempo: Bonorcili – Mogoro

15 maggio 2018
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Scoprire gli antichi borghi è sempre un viaggio sensoriale e, tra tutti i sensi che vengono stimolati, la vista è senz’altro quello che più ne resta coinvolto.

Lo sanno bene le ragazze dell’associazione Mariposas de Sardinia con cui sono partita alla scoperta della Sardegna più autentica per il progetto Sensitour (realizzato col sostegno della Fondazione di Sardegna, dei Comuni coinvolti e di alcune realtà locali) per far conoscere territori lontani dai circuiti classici del turismo locale, attraversandoli con percorsi tematici ispirati ai cinque sensi. Con noi, i due videomakers e la fotografa Lifestills Collective i cui prodotti visivi saranno esposti in una mostra multimediale e itinerante nei territori coinvolti a partire dal 26 maggio a Mogoro.

L’itinerario dedicato alla vista ci ha portato ad attraversare i Borghi Autentici del Parte Montis, insegnandoci, grazie a cantastorie locali, che la vista è un senso ampio e si può arrivare a vedere anche ciò che non può più essere visto con gli occhi perché numerosi sono i borghi scomparsi di cui abbiamo ripercorso le tracce attraverso l’evocazione dei racconti degli abitanti.

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Primo giorno

È mattina quando arriviamo nei pressi del ​Rio Mogoro​. Il fiume sarà silenziosamente presente in tutto il nostro percorso affiancando tutti i borghi che visiteremo in questi tre giorni di viaggio intenso. Le piogge dei giorni precedenti hanno gonfiato d’acqua la terra del sentiero e, mentre affondiamo gli stivali nel fango dove è germogliato un manto verde di piccoli fili d’erba, il nostro sguardo si perde nella distesa intervallata dal profilo sinuoso delle colline della Marmilla e dagli altipiani che sovrastano la vallata. Attraversiamo questa distesa con la sensazione che la terra ci accolga morbidamente, inglobando ogni nostro passo come un abbraccio. C’è un silenzio irreale e per chilometri non si vede traccia umana. Sarà forse anche per il cielo plumbeo, ma mi assale un senso di desolazione fortissimo. A parte i nostri passi, l’unico rumore che sentiamo è quello del vento che sibila tra i ruderi di pietra che scorgiamo in lontananza. Ed è lì che ci dirigiamo. Davanti a quelli che sono i resti del borgo scomparso di Bonorcili, la cantastorie che ci accompagna ci svela ciò che non possiamo vedere. Attraverso le parole di Daniela Cerbello, appassionata guida turistica, inizia il nostro viaggio temporale.

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Grazie al suo racconto minuzioso e colorato scopriamo che si può vedere anche ciò che non c’è più. Il potere evocativo della parola si manifesta in tutta la sua potenza. Anche se davanti ai nostri occhi appaiono solo i pochi resti dei muri di pietra dell’antica chiesa di Sant’Anastasia, l’intero villaggio di Bonorcili prende magicamente vita. All’improvviso, attraverso i racconti e le descrizioni dettagliate di Daniela, in mezzo alla desolazione, il sibilo del vento si trasforma, nel nostro immaginario, nelle voci degli abitanti e, attorno a noi, ci sembra di vederli all’opera, col loro incedere tra vicoli che non ci sono più di un villaggio molto attivo e prolifico. Nato nel VII secolo d.C. in una zona legata ai culti dell’acqua perché vicina al sacerflumen Rio Mogoro, il villaggio, che fu un centro rilevante di produzione e scambi, conobbe un infausto destino. Il senso di desolazione che percepivo comincia ad acquistare senso. In un istante torniamo indietro nel tempo. È una notte di aprile del 1527. Gli abitanti dormono e il placido silenzio dei vicoli del borgo viene rotto dall’incedere aggressivo di un esercito di pirati saraceni. È la fine. Scardinano le porte, violentano le donne, incendiano le case, rubano ogni cosa, crocifiggono il prete e radono al suolo l’intero borgo, lasciando dietro di sé solo morti, ruderi e disperazione. Da quella strage si salvano in pochi. Tra i superstiti che abbandonarono le loro case rifugiandosi nella vicina Mogoro, si racconta che ci fosse anche la mitica Giuanna Zonca, l’anziana protagonista di una leggenda che qui si tramanda da generazioni e che, come sempre accade, sicuramente intreccia fatti veri a narrazione di arricchimento. Si racconta che Giuanna lasciò la sua abitazione distrutta e, scappando, prese dalla chiesa una croce d’argento e una veste sacra per salvare un frammento del borgo che andava distrutto. Li portò con sé sino a Mogoro, dove trovò rifugio e dove vennero conservate nella chiesa di San Bernardino. La storia vuole che Giuanna, per il resto della sua vita, continuò a raccontare di come fosse scampata all’ira e alla crudele ferocia dei Saraceni, e di quanto avesse nostalgia del suo villaggio natio in cui chiese di tornare fino alla fine dei suoi giorni.

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Mentre continuiamo ad osservare le rovine della chiesa di Sant’Anastasia, tra i muri di pietra appare la nostra seconda cantastorie col capo coperto da uno scialle e vestita con una lunga gonna, come è usanza dei luoghi. Monia Frau ha evocato per noi la figura di Giuanna ripetendo quei versi che ancora si tramandano e che lei pare pronunciasse come una nenia, per tutta la sua esistenza.

“Torraimì a Bonorcili mia, aundi su coru deu appu lassau, mancai distrùi e atterrau, bollu innì su corpus seppelliu, torraimi a Bonorcili mia”. Idem per l’ultima rica in cui non è Non pothoreposare, ma Non potho reposare” (“Portatemi a Bonorcili mia, laggiù dove ho lasciato il cuore. Non v’è che distruzione e rovina. Che il mio corpo sia sepolto lì. Portatemi alla mia Bonorcili”, n.d.r.)

E ripercorrendo i passi di Giuanna, ci dirigiamo a Mogoro, dove trovò rifugio, fino alla chiesa di ​San Bernardino in cui è custodita la sua croce, ultima traccia tangibile di Bonorcili, assieme ai ruderi tagliati dal vento in mezzo alla landa silenziosa. Nella stanza dove è conservata la croce da una confraternita, troviamo donne e uomini intenti a intrecciare le foglie di palma per la processione pasquale. Ci permettono di osservarli all’opera, ma la croce – ci dicono – la espongono solo in rare occasioni. Usciamo dalla chiesa e, da un antico vicolo tra case di pietra, sentiamo la voce del nostro prossimo cantastorie mentre declama i versi in limba (la lingua sarda, n.d.r.) di un poeta mogorese. Giacomo Orrù, del teatro Tragodia, con la sua voce e in abiti da contadino medievale, ci permette di continuare ad evocare un viaggio nel tempo che con continui balzi tra il passato giudicale e i giorni nostri, sarà il leitmotive di tutto il nostro percorso tra i borghi.

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A riportarci al nostro tempo ci pensano i tre giovani produttori di birra BAM (Birrificio Artigianale Mogorese) che ci accolgono nel cortile di una antica e spettacolare casa di pietra dove, tra il profumo di malto e luppolo, ci fanno assaggiare le loro birre conservate in bottiglie bellissime, con etichette illustrate dall’artista Andrea Casciu che ritroveremo in un altro borgo decorato con i suoi murales. Mirco Meloni, Matteo Pia e Vittorio Cannas con la loro birra sono riusciti a unire tradizione e innovazione, unendo il passato al presente e proiettandosi nel futuro con un’attività di impresa che fa da stimolo per i giovani locali spesso scoraggiati dalla mancanza di lavoro, dimostrando che l’iniziativa premia.

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Dopo la degustazione passeggiamo sul lungo fiume e, quasi invisibili in mezzo alla vegetazione, tra pioppi, distese di grano e fiori azzurri di borragine, scopriamo i resti di un mulino di epoca giudicale. Come in una camminata metaforica nel tempo, dal passato torniamo al presente, arrivando al ​Mulino Maccioni​, che da anni macina esclusivamente grano duro coltivato in Sardegna, tenendo viva una relazione con i produttori locali e dimostrando che l’unione fa davvero la forza, in questo caso qualitativa. Dal Mulino che macina solo grano sardo dagli anni 40, Andrea Maccioni e la zia Tonina ci lasciano andare via solo dopo averci riempito di buste di farina e fregola di puro grano sardo. Piene di doni ci spostiamo alla ​Cantina di Mogoro​, fondata nel 1956, che negli anni è riuscita a innovarsi e migliorarsi diventando un’eccellenza enologica nel territorio, premiata anche a livello internazionale. Gianluigi Minnai, responsabile commerciale, ci accoglie stappando una bottiglia di Puistéris che è il nome di un altro borgo scomparso. Mentre assaggiamo il guanciale, le olive e il pane carasau, passiamo al rosso bovale Il Cavaliere Sardo, il cui nome è dedicato al marchese Alagon che nel 1470 portò alla vittoria di Uras nella battaglia contro gli aragonesi. E col sapore ancora in bocca di T’Amo, una cuvée ispirata alla poesia Non pothoreposare di Salvatore Sini, finisce la nostra prima giornata dell’itinerario dedicato ai borghi dimenticati.

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Ma il nostro viaggio è appena iniziato…

Cristina Muntoni

Il racconto del secondo giorno di viaggio sarà pubblicato venerdì 18 maggio

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