I Borghi nel tempo: Serzela-Gonnostramatza-Gemussi-Simala

18 maggio 2018
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Secondo giorno

Attraversare i Borghi Autentici è sempre un viaggio nel tempo. Ma quando, oltre i luoghi, si attraversano metaforicamente gli abitanti, ascoltando i racconti e le loro storie, il viaggio diventa un’immersione profonda nel territorio che difficilmente si potrà dimenticare.

Con Sensitour – un progetto dell’associazione Mariposas de Sardinia sostenuto dalla Fondazione di Sardegna, i Comuni coinvolti e realtà produttive locali – il viaggio con cui ho scoperto antichi borghi della Sardegna è stato esattamente questo, un’esperienza immersiva indimenticabile. Il filo conduttore dei nostri itinerari è stato il tempo, con il passaggio tra passato, presente e futuro dei borghi. E con esso, il fiume che scorre accanto a ciascuno di questi luoghi, accompagnando tutti i racconti che li legano, come un compagno silenzioso della nostra avventura.

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È stato proprio costeggiando il Rio Mogoro che siamo arrivate Gonnostramatza, Borgo Autentico dell’Unione del Parte Montis. Ci siamo arrivate la sera e, dopo una cena accanto al fuoco e una notte nella fattoria dei fratelli Cuscusa, al risveglio, il nostro pastore cantastorie Michele che ci ha ospitato, ci ha accompagnato a preparare la colazione. Ma qui, latte, yogurt e formaggio non si prendono dal frigo… siamo andate ad assistere alla mungitura e a separare siero e crema di latte con le nostre mani.

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L’Azienda Agriturismo Cuscusa​ è la prima Accademia del latte in Italia e ​polo formativo incentrato totalmente sul latte come “ingrediente magico” da cui tutto ha inizio e con cui qui Michele insegna a realizzare 70 tipi di formaggio. Nata con l’obiettivo di insegnare, formare e costruire solide basi di conoscenza ed esperienza, l’accademia si inserisce in un contesto in cui il poliedrico titolare consente di vivere l’esperienza della vita del pastore, attraendo curiosi fin dal Giappone. Una realtà virtuosa in un territorio ad alto tasso di spopolamento. “La ricchezza di un territorio si misura dalla presenza dei giovani – mi racconta – Se vanno via, non c’è futuro e io ho scelto di lavorare per costruirlo. È proprio ora che ci sono le difficoltà che bisogna restare e costruire le opportunità nel territorio”. E la sua impresa che attira a Gonnostramatza persone da tutto il mondo, ha la sua formula magica nel fatto di riuscire a fondere tradizione e innovazione.

I continui balzi tra passato e presente segnano il ritmo del nostro viaggio e, per fare a ritroso un viaggio nel tempo, andiamo nelle vicinanze alla ricerca delle tracce di un antico villaggio che non c’è più. In mezzo a un bosco, circondata da olivi e carrubi, troviamo una piccola chiesa campestre color sabbia. È quanto rimane di Serzela, ​borgo scomparso a causa delle continue incursioni barbaresche a fine ‘700 che era noto come uno tra i più importanti centri del Parte Montis. La chiesetta dedicata a San Paolo,​ attorno alla quale gravitano numerose leggende, è l’unica traccia che rimane, a parte i racconti e i numerosi resti di vasellame nel sottobosco che la circonda. Si dice che là attorno sia sotterrato un tesoro difeso dalla temibile Musca Maccedda, una mosca enorme e mostruosa che popola numerose leggende sarde. Un tesoro questa chiesa lo contiene davvero.

viaggio-serzela-foto-cristina-muntoniSulla parete retrostante l’altare è incastonata una lapide su cui un superstite da un attacco dei pirati incise la sua testimonianza delle invasioni barbaresche che dilaniarono i borghi della zona nel XVI secolo. È un prezioso documento storico. A mostrarcela è Alessio Mandis, giovane e appassionato sindaco di Gonnostramatza nel cui territorio si trova la chiesetta. L’epigrafe racconta, in un misto tra sardo, latino e catalano, che il 5 aprile del 1515 Uras venne distrutta per mani dei turcus e morus (turchi e mori) capitanati dal temibile pirata Barbarossa che penetrò nel territorio entrando con le sue imbarcazioni attraverso il Rio Mogoro. Questa iscrizione ha ispirato la creazione del Museo Multimediale Turcus e Morus​ (www.turcusemorus.it) a Gonnostramatza. Al suo interno, le installazioni raccontano di un millennio di incursioni barbaresche in Sardegna proprio partendo da Barbarossa che è il cantastorie virtuale del museo con schermate interattive. Oltre a lui, le sagome a dimensione umana di Andrea Doria, Solimano il Magnifico, Carlo V e altri personaggi prendono vita e raccontano di quelle antiche e tragiche incursioni, compresi avvenimenti storici che controbilanciano l’immagine totalmente negativa che ci è stata tramandata. Come la storia di un sardo che, dopo essere stato catturato e divenuto schiavo, divenne principe, braccio destro di Barbarossa. O la storia di Monserrata Pischedda di cui si innamorò il re di Tunisi facendone la sua regina.

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Gianna Cauli e Maristella Locci della Cooperativa Serzela che gestisce il museo, mi accompagnano dentro una sala a forma conica e, attraverso gli schermi che simulano le aperture delle torri di avvistamento cinquecentesche, vedo il mare. È il punto di vista dei soldati che difendevano le coste. L’esperienza è davvero coinvolgente. Dalle torri, mi portano virtualmente dentro le case mostrandomi i numerosi e magnifici reperti ricostruiti di ceramiche. La bellezza trionfale dei decori sono uno scorcio sulla vita nei villaggi scomparsi, dove le ceramiche decorate si pagavano a peso d’oro.

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Tra questi c’è Gemussi, un borgo scomparso tra il XVII e XVIII secolo probabilmente a causa della carestia e dalla pestilenza che imperversò in Sardegna verso il 1680. Il pomeriggio andiamo alla ricerca delle sue tracce. Per immergerci completamente nella storia decidiamo di percorrere l’antica ​camminera che ci porterà ai ruderi della parrocchia di Santa Maria, e decidiamo di attraversarla a cavallo. Esattamente come facevano le persone quando il borgo era ancora abitato.

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Arriviamo a un incrocio tra una strada di epoca romana e un passaggio dove ci aspettano i nostri cantastorie locali. La memoria di Stefano Diana, Maria Luisa Marongiu e degli abitanti che ancora conservano i frammenti di storia tramandata come tradizione orale, è molto preziosa. I resti dei borghi scomparsi sono tracce poco visibili. Senza i loro racconti, sarebbe assolutamente impossibile scorgere in questa campagna il ricordo del villaggio e la sua storia che non è resa evidente da cartelli nè segni tangibili. Tra le storie legate a questo luogo, una mi colpisce in particolar modo. È quella di Sebastiana Porru, abitante di Gemussi, profonda conoscitrice di erbe e accusata di stregoneria davanti al Tribunale della Sacra Inquisizione nel 1583 e nel 1593 per i riti con l’acqua e col piombo con cui scacciava il male. Come un fantasma, Sebastiana appare davanti ai nostri occhi con uno scialle nero in testa e una lunga gonna blu. Cammina lenta, immersa nei suoi pensieri e, accostandosi alla riva del fiume, inizia a preparare i suoi riti di cura. È Silvia Congiu, la nostra cantastorie locale, che impersonando la condannata di Gemussi, ci restituisce una suggestione che ci trasporta completamente nel tempo, mostrandoci quanto innocue potevano essere le donne torturate dall’Inquisizione, spesso solo perché conoscevano i poteri medicamentosi delle erbe.

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Sebastiana si allontana e noi, costeggiando lentamente il fiume, arriviamo fino a ​Simala. Sandrina Pani e Antonio Vizilio ci accompagnano tra vicoli suggestivi di case di pietra e ci mostrano il tesoro diffuso su cui hanno scritto una ricerca: i portali antichi delle case padronali. Le residenze nobiliari e quelle dell’alta borghesia hanno ingressi trionfali con portali di legno magnifici, spesso dipinti di verde, e pomelli sempre diversi con cui bussare per accedere a spettacolari cortili interi. Dietro questi ingressi ci sono interi microcosmi, agglomerati di abitazioni, edifici che ospitavano produzioni che rendevano ciascuna grande casa quasi completamente autosufficiente, come un piccolo villaggio a sè. Ci mostrano il palazzo gentilizio ottocentesco della famiglia Diana con un portale monumentale che si apre su un complesso edilizio a corte la cui prima parte di costruzione risale al Cinquecento. Poco più avanti, Mundino Pusceddu schiude il suo portale che si apre su una corte che comprende un intero isolato. Dentro, il tempo sembra essersi fermato e, tra una cucina settecentesca, un antico telaio, cassapanche ottocentesche intarsiate e attrezzi per l’agricoltura, ci ritroviamo in quello che potrebbe tranquillamente essere un ricco museo della vita del borgo. È incredibile quanta magnificenza possa essere racchiusa dentro un paese così piccolo. Simala è un gioiello di pietra in cui viene voglia di tornare per perdersi tra i vicoli stretti e sbirciare dietro i misteriosi portali.

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Il sole tramonta quando andiamo via. Ma il nostro viaggio continua e ci sono ancora altri borghi che aspettano di essere scoperti…

 

Cristina Muntoni

 

 

 

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