3650 giorni, Memorie di un Sindaco di paese: “La lunga attesa della fascia tricolore”

26 agosto 2015

Anche questo mercoledì l’immancabile appuntamento con Michele Miglionico e il suo 3650 giorni.

Quest’ oggi il passo tratto dal libro “La lunga attesa della fascia tricolore”.

Buona lettura amici.

Gli eventi si susseguono così rapidamente, anzi direi freneticamente,
che non ti accorgi più del tempo che passa, incominci a
mescolare l’alba col tramonto, la delibera con la determina, il
provvedimento con l’ingiunzione, il preliminare con l’esecutivo,
ecc…
Oggi sei sindaco, non più solo “Michele” o, meglio ancora,
“Miche’”. Incominci a vivere un dualismo, scoprendoti un po’ cittadino
e un po’ amministratore.
Il mondo intorno a te cambia e tu cambi con esso, anche se,
quando ti chiamano “sindaco” non credi ancora che ce l’abbiano
con te e non ti giri nemmeno, saluti solo per abitudine, inerzia e
buona educazione.
La consapevolezza del tuo nuovo ruolo sociale, per quanto rapida,
ti giunge sempre tardiva.
Sai di aver assunto la completa consapevolezza del tuo ruolo
quando i verbi da te usati viaggiano al futuro: faremo, diremo,
vedremo.
Sono certo che, chiunque goda del privilegio del mandato popolare,
dica a se stesso: “Io devo restare quello che sono, devo
essere sempre uguale a prima, il consenso l’ho ottenuto per quello
che ero e non per quello che eventualmente sarò, sebbene non
possa restare scevro di preoccupazioni”.
Questi processi mentali si svolgono così velocemente che quasi
non te ne accorgi se non quando, seppur esausto, ti concedi una
solitaria passeggiata serale rilassante, riflessiva e riepilogativa
della tua giornata di lavoro.
Arriva il giorno del primo Consiglio Comunale, del formale giuramento
innanzi all’intera nuova assise con te eletto e, soprattutto,
innanzi alla popolazione, alla folta platea di paesani.
Nello schiamazzo, prima della cerimonia, ho sentito nitido un
grido di incitamento rivolto a me:
– Michele, mi raccomando….
Eh, sì, mi raccomando.
Quelle parole incominciano a pesare, a gravare su tutte le mie
buone intenzioni di “Primo cittadino” e incomincio a ripetermi:
“Oggi giurerò e agirò in nome e per conto di questa comunità ”.
Oggi, la mia voce sarà la voce di tutti quelli che non hanno mai
potuto esprimere il loro pensiero, tanto meno in quest’aula.
Come se non bastasse, mi ritorna alla mente un vecchio discorso
fatto, tempo addietro, con degli amici al bar, dove uno di loro mi
disse:
– Certo, ora stiamo sempre tutti insiemeindicando
con un ampio gesto della mano tutti gli astanti,
– Ma domani, quando sarai eletto sindaco -e noi ti eleggeremo-,
noi continueremo a incontrarci nel bar e a parlare male del
governo, del comune, della squadra di calcio, e di tutto ciò
che ci verrà a tiro in quel momento mentre tu starai a grattarti
la testa.
La stessa persona, con l’ironia e la saggezza che lo contraddistinguono,
aggiunse:
– Sappiamo bene tutte le difficoltà che incontrerai ma questo è lo
scotto da pagare se si vuole essere “il Primo Cittadino”-.
Noi crediamo che tu, più di altri, potrai risollevare le nostre sorti
e far sì che il pessimismo si trasformi in orgoglio per l’avvenire.
Per questi motivi ti votiamo, ma lo facciamo anche perché ognuno
di noi vuole vivere la propria libertà di critica demandando ad
altri la libertà d’agire e poi (giù il detto, carico di simpatica iro-
nia), non dimenticare che si dice: “meglio fesso che sindaco”.
Con questo simpatico modo di dire, l’amico voleva sottintendere
che, per antica saggezza popolare, il capo guida i propri guerrieri
verso la battaglia, sfoggiando, sì, l’armatura più bella e più
vistosa, ma ovviamente correndo i maggiori rischi essendo il
primo, il più riconoscibile e quindi il più vulnerabile, mentre il
fesso, nel senso di colui che non ha responsabilità, starà sempre
nelle retroguardie con maggior possibilità di sopravvivenza.
Le risate furono tante, anch’io non seppi trattenermi dal ridere
nemmeno quando un altro amico aggiunse la ciliegina al
discorso:
– Prima era un bel mestiere quello di sindaco ora però non
tanto.
Anche quelle risate, però, mi indussero a riflessioni; nei giorni
successivi alla mia elezione, esse mi fecero capire che la bellezza
del mestiere di sindaco non deve consistere nella passerella
con la fascia tricolore addosso per l’inaugurazione di un nuovo
locale, o per seguire la processione del 16 Agosto in onore del
Santo Patrono o quando ti salutano militarmente gli uomini in
divisa in segno di rispetto alla carica che ricopri.
Effettivamente, essere sindaco è esercitare un mestiere che tuttavia
deve essere esercitato nel senso più nobile, racchiuso anche
nel significato etimologico della parola.
Infatti, se il termine “mestiere” è usato in relazione ad una professione,
ne evidenzia gli aspetti pragmatici. Quindi, la conclusione
di queste mie disamine è che, svolgere il Mestiere di
Sindaco è svolgere il ruolo più gratificante al quale un amministratore,
a ogni livello, possa aspirare.
Mentre sono preso da queste e altre considerazioni, i colleghi
consiglieri portano il loro contributo alla discussione del
Consiglio Comunale. Infine ritorna a me la palla, per usare un’espressione
del lessico calcistico, devo riprendere le redini del
Consiglio e la guida dell’Assise.
Mi assale l’emozione, mi sento agitato, si accavallano sentimenti,
mi sento frastornato, tento di rientrare in una mia normalità quando
la Segretaria Comunale, sì, sempre lei (lo dico con benevola
riconoscenza), mi dice che bisogna leggere il giuramento indossando
la fascia tricolore. Con mia sorpresa, scopro che nessuno
ha provveduto a prepararla per l’occasione.
Viene incaricato un vigile di andare a prenderla.
I minuti passano, il vigile non torna e la “benedetta fascia tricolore”
non arriva.
Ma questo è il mio primo Consiglio Comunale nella qualità di
Sindaco, come faccio senza la fascia? Non so se riesco a nascondere
l’imbarazzo, l’ansia si era ormai insediata in me già prima
che io mi fossi insediato come sindaco. Stavo quasi per terminare
il mio discorso, i punti da illustrare stavano per arrivare al termine,
pronunciavo le parole a braccio, non seguivo più l’ordine
del giorno, era subentrato quel fervore che mi riportava ai
momenti del comizio. E mentre anch’esso stava per giungere al
termine e il sudore non meno dell’imbarazzo era arrivato al massimo,
finalmente arrivava la tanto agognata fascia tricolore.
L’ha porta il vigile urbano il quale nasconde, sotto la visiera del
cappello, uno sguardo imbarazzato e i misteri del “giallo”.
La cerimonia proseguì e con la delibera n° 19 comunicai la nomina
della Giunta Comunale:
– Vice Sindaco: Antonio Langone:
I tre Assessori:
– Michele Sangiacomo, Giuseppe Palermo, Antonio Nanni e alle
pari opportunità Rosetta Perrone. Nel frattempo, io passavo
dalla disperazione alla serenità e infine alla gioia. Quando poi
vidi il vigile incaricato di ritrovare la tanto attesa fascia tricolore,
gli chiesi:
– Perché hai tardato tanto? Sai, sarebbe stato imbarazzante
concludere la cerimonia d’insediamento dell’intero Consiglio
Comunale col Sindaco privo del simbolo più significativo e
identificativo delle sue funzioni.
Dopo un attimo di incertezza e di imbarazzante silenzio, egli balbettò
una risposta semplice e diplomatica:
– Eh… che non si trovava! Però, avete visto com’era tutta bella
stirata?
Quella risposta pronunciata con qualche reticenza fu per me sufficiente; invece il giallo della fascia tricolore continuò tanto che,
trascorsi alcuni giorni, venni a sapere che la fascia non si trovava
perché l’aveva “dimenticata” nella propria abitazione il
Sindaco precedente (nonché il mio più agguerrito avversario politico).
L’episodio fu per me d’insegnamento. Per i miei cari amici Tonino
e Giovanna diventò l’occasione per donarmi una fascia tricolore
tutta nuova e, per me, anche più bella perché potei farne la mia
fascia personale e ufficiale.
Fu un graditissimo dono.
Nei dieci anni del mio mandato non ho utilizzato che quella sola
fascia, riponendo l’altra, di proprietà comunale, nella custodia
blu, in un cassetto chiuso a chiave, destinata in futuro a essere
vestita dal mio successore.

Roll_Up_Michele

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